MicheleDantini_Nuove Pratiche Fest 1.0

Questo il mio contributo all’eBook Nuove Pratiche Fest 1.0, dedicato al tema dell’#innovazioneculturale (:duepunti, Palermo 2014: free download qui).

imagePolitiche della città, politiche della cultura. Firenze, mercoledì 19 marzo h19.00 @Spazio Alfieri.
info qui

Damien-Hirst-For-the-LOve-of-God-2007

_ROARS, 16.3.2014, qui

“La cultura dovrebbe essere il baluardo di una sfida identitaria”, vaticina Renzi in Stil novo. Non è chiaro tuttavia se intenda porre giusta enfasi sull’importanza dell’istruzione o semplicemente accompagnare le dichiarazioni dell’amico Farinetti sull’appeal di torroni e prosciutti doc. “Se è morta non è bellezza. Al massimo può essere storia dell’arte. Ma non suscita emozione”.

Jan Porcellis, Ships in a Storm on a Rocky Coast1614 - 1618

Parlo di storia dell’arte, ma non solo. Voglio dire questo, soprattutto ai colleghi più giovani che sui loro blog colorati e pieni di primizie “auspicano” e “deplorano” ma pur sempre “civilmente”. L’ASN non ha avuto luogo in un contesto neutro e specialistico, desocializzato. Ha avuto luogo in un paese dove precarietà e sottoccupazione nelle professioni intellettuali (e più specificamente nella ricerca) hanno un’estensione intollerabile. Dove le persone di trenta e quarant’anni non fanno figli o non mettono su casa perché non hanno soldi. Dove i giovani ricercatori e gli early career subiscono in prima persona le conseguenze della perdita di prestigio dell’istituzione accademica (che non hanno contribuito a determinare) e pagano i costi dello smantellamento di un welfare di cui non hanno beneficiato; né hanno possibilità di modificare la distribuzione dei poteri accademici o di partecipare diffusamente agli scarsi fondi di ricerca perché esclusi dai processi decisionali. Dove restrizioni di finanziamento, sperequazioni salariali e previdenziali, ritardi di carriera, distruzione di motivazioni sono dirimenti, e aprono (ahimé) un’indiscutibile linea di frattura politica tra generazioni. Dove aule sovraffollate (o al contrario) deserte contribuiscono a rendere opprimenti i carichi didattici. Dove l’adempimento burocratico del giorno interrompe fatalmente l’ora di limpida riflessione. Dove si combatte quotidianamente per preservare intatte le proprie capacità linguistiche e di attenzione. Dove la crisi dell’educazione superiore, del 3+2 e dell’università di massa si incarna in studenti sprovvisti di competenze sociali prima che linguistiche o culturali; e dove nessun dottorato potrà premiare, nella tua disciplina, l’outsider di talento che siede all’ultimo banco e scopre con gioia feroce Picasso o Mantegna. Dove l’editoria rifiuta tutto ciò che non è narrativa, la saggistica esiste solo a livello di blockbuster, il giornalismo culturale non innova né aiuta gli emergenti a costruirsi una propria reputazione, le collaborazioni non pagano, gli spazi di ricerca sono sempre più ristretti.

Ecco, la laconicità sprezzante dei giudizi di taluni “Fachidioten” chiamati non si sa da chi o in rappresentanza di cosa a sedere nelle commissioni, la superficialità di valutazioni illecitamente delegate a singole istruttorie autocratiche, il sarcasmo o l’insulto, la fretta e la compromissione (anche o soprattutto dei commissari “competenti”), l’incompetenza e l’abuso (riconosciuti dallo stesso ministro!), l’indebita metamorfosi della “valutazione” in ingegneria istituzionale o politica della ricerca (con l’accorpamento escludente di sottosettori minoritari: lo scrivo a ragion veduta, da contemporaneista), il silenzio infine dei tanti ordinari che ti scrivono dolenti e invariabilmente “sconcertati”: devono essere considerati sullo sfondo di questa Italia profondamente disuguale, di questa durezza, di questa difficoltà e di questa resistenza, umana, civile, disciplinare, che investe in primo luogo chi è impegnato, per sé, per la propria famiglia, per una comunità più ampia, per la mente umana o la disciplina, a provvedersi di una qualche sicurezza e disponibilità, a raccogliere sfide scientifiche e a costruire la propria carriera.

Mi schiero per l’ope legis? No: al contrario. Ma chiedo che la responsabilità di valutazioni contenenti errori fattuali, pregiudizi o esclusioni preconcette sia considerata da punti di vista etici e politici: stiamo parlando di giustizia, di diritto e di felicità. Non stiamo parlando di errori tecnici: ma dell’integrità delle persone.

_Left, 7.3.2014, qui

Quali sono i compiti e le responsabilità della critica d’arte? Come cambiano oggi, con particolare riferimento alla critica d’arte che si svolge sui media mainstream – quotidiani, riviste non specialistiche, web, radio, televisione? Quali trasformazioni sono suggerite dai social media? Dagli aspetti aggressivamente speculativi di un collezionismo “finanziario”?

Testo del mio intervento @convegno CUNSTA #storiadell’arte e #giornalismoculturale , 27|28.2.2014, Roma, Università La Sapienza.

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_in: Doppiozero, 5.3.2014, qui

Vezzoli ha sempre scelto i suoi “motivi” con l’astuzia strategica del produttore o del pubblicitario. Non possiamo dunque supporre che proprio oggi, nel volgersi al tema del “patrimonio”, si sia tenuto all’oscuro dell’acceso dibattito italiano tra storici dell’arte e economisti, difensori del ruolo pubblico nella tutela e sostenitori dell’iniziativa privata, benecomunitari e neoliberisti. Un dibattito che ha visto le due parti contendere con asprezza benché con argomenti non di rado ugualmente sommari. Troppo avveduto per polemizzare in modo esplicito con questo o quello, Vezzoli ha trovato un consulente storico-artistico d’eccezione in Antonio Paolucci, certo non schierato su posizioni intransigenti; e condivide verosimilmente con Miuccia Prada, sua amica e sostenitrice, il fastidio per l’eccesso di ideologia che caratterizza la discussione.

Isaac-Julien

1_Stefano Rodotà si sovviene della questione Humanities in un lungo e prolisso editoriale (oggi @”laRepubblica”) ahimé inficiato da contraddizione. Esemplifico. L’insegnamento dei “saperi critici”, afferma Rodotà, propagherebbe duttilità metodologica e culturale e “competenze capaci di padroneggiare mutamenti spesso imprevedibili”. Come contestare? Purtroppo però dallo stesso editoriale emerge che Rodotà stesso diserta del tutto la Rete e non svolge alcuna ricognizione critica del web, utile a distinguere e segnalare. Dunque che ne è, con lui, delle versatili “competenze capaci di padroneggiare”? Il metodo (antisperimentale) smentisce tristemente la conclusione (con cui pure potrei concordare), e l’innovazione è invocata con strumentazioni fossili. A e non A: ahiahiahi che gran problema. “L’irrompere della Rete non è ancora riuscita a modificare sostanzialmente” la progressiva perdita di libertà e trasparenza dell’informazione mainstream, scrive il giurista benecomunitario. Spiace supporlo: ma siamo certi che il digital divide, forse persino congiunto a quel po’ di indolenza coturnata, non siano parte del problema?

2_ibid. A chi interessa ancora Lea Vergine? Avremmo bisogno, pare, di persone che studiano e si aggiornano.

Convegno CUNSTA 27|28.2.2014: storia dell’arte e giornalismo culturale. Comunicazione per gli amici: interverrò domani mattina h10 [linkato un mio precedente articolo sul tema].

Aula Adolfo Venturi
Sapienza Università di Roma,
P.le Aldo Moro 5
Roma

http://www.roars.it/online/come-cambia-la-storia-dellarte-mutazione-di-una-disciplina-tra-prima-e-terza-missione/

JennyHolzer_MD32445438r
_ROARS, 15.2.2014, qui

Presentato in questi giorni dal ministro Bray, il progetto di riforma del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT) avvalora un’immagine folklorica dell’Italia e contribuisce a riportare in auge i clichées del “paese più bello del mondo”. E’ mai possibile che anche l’arte contemporanea, con le attività di ricerca e formazione ad essa connesse, debba essere sacrificata alla stucchevole retorica del “pittoresco”?

micheledantini

Giulio-Paolini,-La-liberta-1969

_ROARS, 16.6.2013, qui

“…L’Italia è il paese che vanta di possedere il ‘più grande patrimonio al mondo’ (e non è vero…): infligge tuttavia grande marginalità alle competenze relative alla tutela. La tradizionale separazione accademica delle ‘missioni’ della ricerca, che distingue in modo gerarchico tra ‘ricerca’ tout court e ‘divulgazione’ o ‘giornalismo’ (magari d’inchiesta), è valida oppure fuorviante? La storia dell’arte è un utile case study per riflettere su presupposti delle politiche di valutazione, antistorici e applicati meccanicamente; e altresì sulle mutazioni di una disciplina chiamata a rivolgersi a un pubblico più ampio…”

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Pierluigi Battista fustiga gli “intellò” firmatari al tempo dell’Appello a #M5S – Settis, Spinelli, Bodei, Monticelli (“L’illusione perduta delle firme per Grillo”, in: Corriere della Sera, 5.2.2014, pp. 1, 7). Irride il “conformismo” dei maitres-a-penser [sic].

Avevo pensato molto male dell’Appello, peraltro irriso dal principale destinatario (qui). Oggi ne penso anche peggio, se possibile: il tentativo sciocco di fingersi astuti. Aveva senso proporsi di cooptare verticisticamente un movimento “orizzontale” sorretto da retoriche partecipative e egalitarie?

Detto questo. Le “sferzate” di Battista alla comunità degli intellettuali “progressisti”, disinformate e retrive, sono persino meno emozionanti dei volteggi di Pierferdinando Casini.

ps. #PierluigiBattista #Appello: un intervento in chiave Pravda della bersaniana Chiara Geloni qui.

ps. 2: contro gli “Appelli degli intellettuali” era intervenuto non a caso Claudio Magris sul Corriere della Sera, 17.7.2014 (abstract qui). Peccato che Magris non aiuti a fare chiarezza astenendosi dal nominare i suoi bersagli.

“La firma richiesta solo ad alcune personalità giustamente o ingiustamente famose declassa l’appello a una supponente lezione che maestri di scuola vogliono impartire a scolari e che irrita i comuni cittadini trattati da scolari. Credo che la sinistra, purtroppo più incline della cinica e scaltra destra alle pose aristocratico-didattiche, abbia talora danneggiato se stessa e allontanato possibili elettori bombardandoli con appelli dall’alto.”

micheledantini

Nicolas Poussin, L_Impero di Flora, 1631_2, part.

Il ministro Maria Chiara Carrozza afferma che la storia dell’arte sarà una priorità per il 2014 (vd. tweet qui sotto, 30.12.2013). Questa è una buona notizia. Speriamo che @MIUR si sappia anche riflettere sui modi e le finalità della reintroduzione di una disciplina inesplicabilmente depotenziata (o soppressa) da Mariastella Gelmini.

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L’insegnamento della storia dell’arte non è importante perché educa al “buon gusto” (quale?) o perché celebra l'”identità” nazionale (quale?). E’ importante perché stimola la curiosità, potenzia la capacità di osservazione e promuove un equilibrio complesso tra attitudini diverse: la volontà di comprendere da un lato, lo stupore dall’altro. L’una e l’altro assai utili in ogni (futuro) ambito professionale.

Per chi avvicina un’opera d’arte senza conoscenza di codici, gerghi, tradizioni questa si rivela a tutta prima una molteplicità caotica. Si ottiene senso, dunque si riesce a ordinare il caos, solo se si riconoscono convenzioni e regolarità: emergono allora “figure” (o costellazioni…

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_Doppiozero, 3.2.2014, qui

Qual è l’origine dell’interesse di Boetti per tecniche desuete, delegate o in apparenza artigianali, come il ricamo? La collaborazione di Boetti con ricamatrici afghane e di Peshawar (Pakistan) inizia nel 1971. Già nel 1969, tuttavia, l’artista chiede ad Anne-Marie Sauzeau, sua moglie e nell’occasione musa, di ricamare a punto croce la mappa dei territori occupati nel Sinai dall’esercito israeliano al tempo della “guerra dei sei giorni”.

Possiamo interpretare l’impiego di collaboratrici retribuite come attestazione di un interesse nostalgico per l’artigianato locale o una qualsiasi etica-estetica relazionale? È lecito nutrire dubbi. La riduzione della “creatività” a routine artistico-industriale è una via per abitare una soglia e situare il processo creativo al di là dello “stile” o dell’abilità individuale. Farsi “macchina”, per l’artista, equivale tout court a sperimentare una condizione di eternità…

L’arazzo dei Vedenti è datato 1972-73. In esso il tema orfico dello sguardo interiore si coniuga all’accuratezza di un processo esecutivo che richiede tempo, meticolosità e pazienza. Riconosciamo una genealogia illustre e un’intenzione articolata. La memoria di celebri vedute egiziane di Klee porta eco remote di distese alluvionali e culti solari; al tempo stesso istruisce sul modo di comporre “ad arazzo” proponendo confronti molteplici tra arti plastiche e tecniche (o morfologie) artistico-industriali: il tappeto e il ricamo…

micheledantini

5_Macchina e stella

E’ in uscita (dal 6 febbraio in libreria) il mio nuovo libro, un libro “duchampiano” preparato da tempo, e a cui tengo particolarmente: per Johan & Levi.

Il titolo è: Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e clandestinità: Duchamp, Johns, Boetti.

E’ una riflessione sul rapporto tra arte e storia dell’arte. E sulle difficoltà che si presentano allo storico dell’arte se l’artista, lungi dal documentare il suo processo creativo, sceglie l’inganno, lo spostamento e la reticenza per coltivare un ironico “esoterismo” e ritrarsi in “clandestinità”.

In tutto questo: che cosa ci dice la metafora (Dada e New Dada) della macchina? O l’adozione di procedimenti seriali? E inoltre: siamo certi che la pratica del ready made renda per sempre irrilevante la memoria storico-artistica, o costituisca una rimozione semplice e definitiva del “lavoro fatto ad arte”?

info qui e qui

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Beh, domani apro la serie dei DVD di #laRepubblica e #LEspresso sull’arte contemporanea. Ricordo molte ore di registrazione in uno studio buio buio, allietate da quadri De Kooning (il mio giocattolo nell’occasione), Pollock, Kline e Rothko. E qualche sandwich vegano trangugiato (troppo) in fretta. Più avanti uscirà anche un mio secondo DVD della stessa serie, dedicato ai performer: soprattutto, per quanto mi riguarda, Bas Jan Ader, Metzger, Mierle Laderman Ukeles  e On Kawara.

http://temi.repubblica.it/iniziative-caffeartecontemporanea/2014/01/21/espressionismo-astratto/

5_Macchina e stella

E’ in uscita (dal 6 febbraio in libreria) il mio nuovo libro, un libro “duchampiano” preparato da tempo, e a cui tengo particolarmente: per Johan & Levi.

Il titolo è: Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e clandestinità: Duchamp, Johns, Boetti.

E’ una riflessione sul rapporto tra arte e storia dell’arte. E sulle difficoltà che si presentano allo storico dell’arte se l’artista, lungi dal documentare il suo processo creativo, sceglie l’inganno, lo spostamento e la reticenza per coltivare un ironico “esoterismo” e ritrarsi in “clandestinità”.

In tutto questo: che cosa ci dice la metafora (Dada e New Dada) della macchina? O l’adozione di procedimenti seriali? E inoltre: siamo certi che la pratica del ready made renda per sempre irrilevante la memoria storico-artistica, o costituisca una rimozione semplice e definitiva del “lavoro fatto ad arte”?

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_Doppiozero, 23.1.2014. qui

Secondo appuntamento con le mie Bolle di sapone sull’arte italiana contemporanea @Doppiozero. Le ‘scarpette’ di Marisa Merz.

“…Non molto tempo fa ho chiesto a Marisa Merz di scegliere una parola come emblema del suo lavoro. Le ho chiesto di considerare una mia lista. La lista era: ‘distanza, instabilità, Lascaux, origine, parola, riparo, stanza, viaggio, volo’. L’artista ha scelto ‘volo’ perché, mi ha detto, ‘il volo le trasporta tutte’”….

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Qualche giorno fa ho pubblicato su ROARS una recensione di Sulle orme del gambero di Walter Tocci (qui). Tocci mi ha risposto con una replica ampia e argomentata; e confermato indirettamente, con la sua testimonianza “minoritaria”, che la sinistra postberlingueriana non ha mai considerato scuola, cultura, università, istruzione una priorità effettiva (vd. conclusione del commento). Il commento di Tocci e la mia controreplica sono qui.

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_ROARS, 16.1.2014, qui

La generazione postcomunista ha mancato l’affermazione politica che poteva avere per l’incapacità di parlare chiaro e diretto contro esclusione, menzogna o privilegio. Insorgere oggi è tardivo e può apparire strumentale. E inoltre: di che parliamo quando parliamo di “cultura”?

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ROARS festeggia oggi i 6 milioni di visitatori e il 16° posto (in ascesa) nel ranking ebuzzing.it (wow!). La circostanza ci rende davvero felici: nessuno avrebbe potuto immaginare che un sito nato con propositi specialistici potesse incontrare tanto favore e collocarsi in modo così promettente tra i blog culturali. Saremo senz’altro spronati a fare di più, e a dedicare maggiore spazio a interventi e “contenuti” di interesse generale. La sezione dedicata alle Humanities è un inizio accolto da corroborante favore: altre sezioni seguiranno.

Un grazie a tutti dunque; e continuate a ruggire con noi mentre ci impegniamo a diffondere e sostenere la ricerca in Rete.

la Redazione Roars

Oggi Roberto Esposito pubblica una controreplica sul Corriere della Sera e risponde alle critiche ricevute. A mio avviso non è persuasivo. E c’è chi osserva che il taglio dell’Appello in difesa delle scienze umane è a dir poco “giobertiano”… La mia replica @L’Huffington è pubblicata qui. Una riflessione più estesa qui.

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Grazie alla redazione di ARTRIBUNE per avermi scelto come “Best of 2013” nel giornalismo culturale! In eccellente compagnia. Wowowow 😉

ps. miei testi recenti qui, qui e qui (e anche qui e qui)

Oggi dedichiamo il reblog a LuigiBerlinguer™, che su Repubblica 3.i.2014 (e dove, altrimenti?) dichiara il proprio trepido orgoglio per i “successi” della 3+2 (aka crollo delle immatricolazioni!). qui alcuni esacerbati commenti alle parole del semper virens (segnalo quello di Paolo Prodi). buon anno a tutti 😉

micheledantini

Luigi Berlinguer impartisce ancora. Già docente universitario e ministro della Repubblica, oggi europarlamentare, responsabile di una riforma da più parti contestata perché considerata inefficace e distruttiva, afferma adesso che “è evidente la necessità di cambiare l’impianto didattico” dell’università (*). Nessun dubbio su questo: ma dubitiamo decisamente che Berlinguer abbia proposte coinvolgenti e condivisibili. Ha già avuto ogni chance.

Pensiamo che l’università debba (dovrebbe) essere un luogo di persone brillanti e di talento, con buona percentuale di docenti e ricercatori giovani. E che tatto o prudenza politica suggeriscano a molti tra i più longevi di ritirarsi. Davvero pochi restano a desiderare il loro contributo: l’ampio sfavore che li circonda, certo immeritato ma fatalmente connesso allo stato delle cose e a una prima, sommaria indagine sulle responsabilità, sembrerebbe consigliare non loquacità, ma un savio ritiro e una qualcha amarezza.

Oggi membro della Commissione europea industria e ricerca, Berlinguer propone un modello ASL…

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Nicolas Poussin, L_Impero di Flora, 1631_2, part.

Il ministro Maria Chiara Carrozza afferma che la storia dell’arte sarà una priorità per il 2014 (vd. tweet qui sotto, 30.12.2013). Questa è una buona notizia. Speriamo che @MIUR si sappia anche riflettere sui modi e le finalità della reintroduzione di una disciplina inesplicabilmente depotenziata (o soppressa) da Mariastella Gelmini.

Immagine 1

L’insegnamento della storia dell’arte non è importante perché educa al “buon gusto” (quale?) o perché celebra l'”identità” nazionale (quale?). E’ importante perché stimola la curiosità, potenzia la capacità di osservazione e promuove un equilibrio complesso tra attitudini diverse: la volontà di comprendere da un lato, lo stupore dall’altro. L’una e l’altro assai utili in ogni (futuro) ambito professionale.

Per chi avvicina un’opera d’arte senza conoscenza di codici, gerghi, tradizioni questa si rivela a tutta prima una molteplicità caotica. Si ottiene senso, dunque si riesce a ordinare il caos, solo se si riconoscono convenzioni e regolarità: emergono allora “figure” (o costellazioni di “figure”) che possiamo giudicare di primaria importanza e “dettagli” che scegliamo di elaborare in un secondo momento.

Introdotta dalla distinzione tra ciò che è primario e ciò che è secondario, “motivo” e “sfondo”, la capacità di analisi supporta l’intero processo interpretativo: nel bambino così come nell’adulto. Riusciamo a attribuire “significato” a un’immagine (dipinta o scolpita) solo dopo mille (più una) decisioni interpretative. Alcune giuste, altre destinate a rivelarsi fallaci. Ma imparare quando correggersi è importante tanto quanto azzeccare.

In breve. La storia dell’arte educa alla scelta tra opzioni molteplici. Educa a autoeducarsi. E a prendere (anche rapidamente) decisioni ponderate. Dunque perché toglierla?

Cornelis van Poelenburgh, Apollo e Marsia, 1630

_ROARS, 28.12.2013, qui

Qual è il rapporto tra agende di ricerca e contesti? O tra istituzioni e processi storici e sociali? A quali condizioni possiamo parlare di “innovazione” per le Humanities? Il discorso umanistico sembra avere il vantaggio di un’estrema mobilità: può reinventare di volta in volta il proprio “oggetto” e non appare rigidamente vincolato a repertori antiquari prefissati. L’ampio dibattito internazionale sul futuro delle discipline storiche e sociali prefigura trasformazioni di rilievo mentre nuovi ambiti di ricerca dissolvono barriere disciplinari.

Immagine 11 copia 2

Fa piacere esserci (con due miei saggi). Ed è molto bella la nuova web page della Fondazione Giulio e Anna Paolini. Un’artista affermato cura la sua eredità culturale: e bandisce borse di studio e concorsi per giovani critici e storici dell’arte. ***

_L’Huffington, 26.12.2013, qui

Ho la stessa età di Enrico Letta, condivido le perplessità sue e di molti sul “paese inerte e opaco” ma non mi sento per niente confortato dalle retoriche generazionali sfoggiate dall’attuale presidente del consiglio nella conferenza stampa di fine anno.

Simon Vouet, Uomo con braccio alzato di là da un parapetto

_L’Huffington, 21.12.2013, qui

Siamo certi che le discipline letterarie, storiche e sociali si nutrano di se stesse? O che gli attuali assetti scientifici e istituzionali debbano valere anche per le giovani generazioni? L’Appello per le scienze umane di Asor Rosa, Galli della Loggia e Esposito si volge nostalgicamente indietro e trascura del tutto di stabilire innovative connessioni tra Humanities, scienza e tecnologia (per non parlare di Rete o digitale).

Oggi @ROARS

micheledantini

_L’Huffington 4.12.2013, qui; ROARS 18.12.2013, qui

La scelta del David di Michelangelo a rappresentare l’Italia all’Expo 2015 è ingenua e timorosa. Questa la mia tesi. È chiaro: la statua dell’eroico giovinetto in lotta contro il gigante Golia è conosciuta in tutto il mondo, è un'”icona” planetaria e attiva le due retoriche dell'”ingegno italiano” e del “Bel paese”. Tuttavia, a mio avviso, è inappropriata al “messaggio” che si intende comunicare. Provo a spiegare perché.

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William_Hogarth_by_William_Hogarth

_la rivista il Mulino, 12.12.2013, qui

…“Innovazione sociale” in che senso? Possiamo parlare di “innovazione sociale” in rapporto all’attività delle imprese, o a processi o tecnologie open source o ancora a piattaforme socializzanti. Non è questo il mio punto di vista. Personalmente cercherò di muovermi sul piano degli studi sulla “creatività” e di indagare la connessione tra innovazione culturale e agency…

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E’ uscita Boite #11: la rivista-“scatola” di Giulia Brivio e Federica Boragina. Dentro, tra le mille cose, c’è una mia intervista, assieme a un piccolo occhio dalle lunghe ciglia. La conversazione è su arte, scrittura, sfera pubblica, critica e “Geopolitiche dell’arte” (Milano 2012).

“…D.: Quali sono secondo te tre testi che un critico d’arte dovrebbe leggere?

R.: I ‘Salons’ di Baudelaire; gli studi su Carpaccio, Antonello e Squarcione di Longhi (e anche le ‘Proposte per una critica d’arte’, più tarde); ‘Nel segno dell’esilio’ di Said. In alternativa ‘Tutto sull’amore’ di bell hooks…”

_L’Huffington 4.12.2013, qui; ROARS 18.12.2013, qui

La scelta del David di Michelangelo a rappresentare l’Italia all’Expo 2015 è ingenua e timorosa. Questa la mia tesi. È chiaro: la statua dell’eroico giovinetto in lotta contro il gigante Golia è conosciuta in tutto il mondo, è un'”icona” planetaria e attiva le due retoriche dell'”ingegno italiano” e del “Bel paese”. Tuttavia, a mio avviso, è inappropriata al “messaggio” che si intende comunicare. Provo a spiegare perché.

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Oggi inauguro una mia nuova rubrica su Doppiozero, dal titolo “Bolle di sapone”. Con cadenza regolare pubblicherò una serie di “letture d’opera” di artisti italiani dagli anni Sessanta a oggi. E proverò a “descrivere” le immagini senza fare ricorso a gerghi, note a pie’ di pagina o astruse terminologie; curando di intrecciare storia dell’arte e storia civile. Iniziamo con Giulio Paolini qui.

“…Henri Rousseau è una sorta di nume tutelare di Paolini: interpreta la figura dell’artista ingenuo, “idiota” e “santo”, che non conosce cospirazione, infingimento o malizia. Che crea al modo in cui una foglia elabora fotosintesi o un animale riposa o si nutre. Ai lati del Doganiere vediamo Lucio Fontana e Carla Lonzi. Tutt’attorno, convocati come componenti di un’affettuosa brigata, artisti, critici, scrittori, intellettuali…”

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In Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela ho cercato di riflettere su una sorta di avocazione in atto, a mio avviso abbastanza epocale: una multinazionale elettronica di ingegneri, uomini marketing e programmatori (più qualche designer di successo) pretende di essere riconosciuta come “casa della creatività e dell’innovazione” e adotta il mito dell’artista, dell’outsider di talento, dello scienziato visionario come mito fondativo.

Carlo De Benedetti descrive oggi @L’Huffington una sua visita al “pensatoio” di Google.

http://www.huffingtonpost.it/carlo-de-benedetti/fabbrica-idee-google-_b_4335683.html?utm_hp_ref=italy

Mi chiedo. Cosa potrebbe accadere se un “pensatorio” analogo, ma del tutto libero da mire commerciali, pronto a accogliere l’audacia e la brillantezza di artisti, designer, progettisti, vedesse la luce e potesse proporsi finalità altruistiche, di felicità e benessere sociale (e non semplicemente di “conquistare il mondo” [sic]?

Il centro di arte contemporanea può evolvere nella direzione di una “Casa della Felicità Diffusa, dell’Idea, della Cura e della Radiosa Tecnologia”? Qualche volta l’ho pensato.

http://www.left.it/2013/06/16/limpegno-pubblico-per-larte-contemporanea/10955/

“Apple ha contribuito in modo impressionante al radicale cambiamento dei nostri processi cognitivi… Possiamo considerarla come una sorta di monstrum, una corporation globale retta da tecnici e al tempo stesso un’azienda-superorganismo che scolpisce immaginazione e comportamenti in modo infinitamente più esteso di quanto non riesca a fare un solitario artista concettuale? Sarebbe per più versi candido supporlo, considerata la vastità di interessi economici che gravitano attorno all’azienda di Cupertino o le decine di migliaia di persone che vi lavorano. Il settore di mercato entro cui Apple si inserisce, le tecnologie dell’informazione, è tuttavia di cruciale rilevanza sul piano dell’evoluzione contemporanea della mente, e predispone prodotti che modellano immediatamente apprendimento, educazione, attenzione, curiosità, scoperta. Un’ambizione duplice e smisurata è iscritta nella biografia del fondatore” (pp. 2-3).

(ps.: E se le accattivanti retoriche tecnoedeniche delle corporation digitali, accolte alla lettera, finissero per instillare in ciascuno di noi il folle sogno della rivoluzione?)

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_L’Huffington, 11.2013, qui

#NichiVendola replica (qui) a chi lo critica giocando la carta dell’autocommiserazione e provando a equivocare il semplice e essenziale. La “piazza” è contro di lui, sostiene. In realtà nessuno gli contesta di avere mantenuto rapporti con il management ILVA. Ma la sua ilarità al telefono con#GirolamoArchinà, responsabile relazioni esterne di Ilva risata, è parsa inopportuna, per non dire corriva; e ha richiamato altre correità, altre risate in circostanze di dolore per molti. Occorreva davvero fare quella telefonata? Fingere disinvolta familiarità e complice intesa con chi Vendola stesso definisce fumettisticamente “il nemico”? Denigrare implicitamente l’inchiesta di un giornalista pronto in quel momento, con il suo lavoro, a interpretare le ragioni dell’interesse generale? Non so. Vendola vuole apparirci diverso, oltre che esserlo come afferma? Riconosca i propri errori, la propria fatuità quantomeno. Innovi narrazione: l’atteggiamento autodifensivo caratterizza sin troppo prevedibilmente una classe dirigente in larga parte irresponsabile. Fa bene a querelare Il Fatto Quotidiano, se lo ritiene necessario. Ma non dimentichi che mille voci giustamente sconcertate non costituiscono “piazza”: se non dal punto di vista del più opaco notabilato.

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di Michele Dantini (MD) e Luca Francesco San Mauro (LL), in: 404 File Not Found, qui

#Applecosmica (Doppiozero 2012) info qui

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_L’Huffington, 11.2013, qui

Curate ha l’ipocrisia del talent. L’exploit del debuttante sembra concepito per restaurare la traballante autorevolezza dei giurati; e il lancio dell’outsider che proviene dalle Periferie magnifica la benevolenza del Centro. Ma se ci proponessimo davvero di cambiare il mondo (e non di allestire con spietata grazia il bazar dell’Impero!) dovremmo astenerci dal cooptare paternalisticamente la rivoluzione… Leggi il seguito di questo post »

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“Humanities e innovazione sociale”. Mercoledì 30.11 tengo una conferenza all’università di Macerata per il ciclo “Verso Horizon 2020: la prospettiva delle Social Sciences and Humanities” (Aula Magna h11).

Humanities e innovazione sociale

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Un mio editoriale #giornalismoculturale sul numero di novembre di#Artribune, free download @http://issuu.com/artribune/docs/artribunemagazine-16/9?e=3064745%2F5515994